Premetto che senza le suggestioni della collega Giulia Massa, che saluto e ringrazio, non avrei scritto questo articolo, pertanto vi rimando al link in nota per un confronto.
L’aruspicina è quell’arte divinatoria che, per gli Etruschi prima e per i Romani poi, attraverso l’esame delle viscere di animali sacrificali, traeva segni divini e norme di condotta. Questo rituale, che può sembrare assurdo e, per una sensibilità attuale riprovevole, era un modo per esorcizzare la paura dell’ignoto. In tal senso, per comprendere il fenomeno di “Potenza” come agente ignoto degli Eventi, si rimanda ad una lettura: quella di Fenomenologia della religione di Gerardus van der Leeuw. In questo lungo trattato di ispirazione husserliana, infatti, l’autore cerca di inquadrare la manifestazione dei vari fenomeni religiosi, in diverse epoche e culture, non con l’obiettivo di esprimere un perché, bensì il “semplice” come. Questa scelta nella ricerca è ovvia, in quanto la religione è giudicabile come figlia del terrore di quell’ignoto che muove la conoscenza, ma che al contempo sfugge da ogni esplicazione discorsiva. Essendo quindi un fenomeno culturale, inoltre, va analizzato oggettivamente e senza giudizi di valore.
L’epoca attuale è caratterizzata dalla scomparsa non solo di ogni paradigma religioso – la denuncia nietzschiana non deve essere ovviamente confutata dalla presenza di un uso strumentale e politico delle religioni – ma anche, almeno in Occidente, delle ideologie politico-sociali. Si verifica una vera e propria perdita di “porti sicuri” di fronte all’assenza di senso degli eventi attuali. Pare però, complice la performatività e la soggettività del sistema capitalistico, che questo vuoto non sia stato colmato da una nuova riscoperta del legame sociale, bensì dall’uso di nuovi strumenti divinatori: le intelligenze artificiali.
Consulenze psicologiche, scelte di vita, ormai molti drammi esistenziali passano tra le linee di codice di questi algoritmi, che innanzitutto non sono affatto neutrali, ma anzi legati velatamente a dinamiche di mercato. Inoltre, fingono perfettamente empatia, generando sollievo in chi legge.
Massa suggerisce, in maniera puntuale ed efficace, la riscoperta dell’Abramo kierkegaardiano, seppur in chiave laica. Abramo è il più grande degli uomini perché, obbedendo all’ordine divino di sacrificare Isacco, compie una scelta, per quanto paradossale e al di là della morale e dell’etica, prendendosi la responsabilità della scelta. Non bisogna cadere nell’errore di credere che noi dovremmo essere come Abramo perché ci affidiamo alla volontà del Dio Macchina; noi dovremmo essere come Abramo perché di fronte al tormento di una scelta la ponderiamo anche quand’essa sia dolorosa. Il suo non è un atto cieco di obbedienza: di fronte ad un aut-aut così grave comunque sceglie quello che per lui è giusto nel movente, non ciò che porta nelle conseguenze maggior beneficio. L’Abramo di Massa (e di Kierkegaard) è quindi una soggettività che diventa essa stessa fonte della morale e della prassi, per quanto possa essere non condivisibile. In chiave laica, quindi, è un monito: non lasciare che siano le convinzioni degli altri a muovere le tue azioni, sia il tuo “Dio interiore”, la tua Ragione, a guidarti.
La rinuncia all’uso della Ragione nata da un abuso di – o forse dipendenza da – forme di conoscenza preconfezionate. Ormai tutto è opinato istantaneamente, senza riflessione alcuna, e verrebbe da dare ragione ad Eco sull’uso di internet. Tutto ciò crea forme di stati di minorità. La rinuncia, più o meno consapevole, della propria capacità critica dovrebbe destare preoccupazione, invece pare sempre più condivisa e portata avanti. Non è però un luddismo del XXI secolo, è un invito ad un uso della propria responsabilità proprio a partire dall’utilizzo di questi strumenti.
Mala tempora currunt, sed peiora parantur… o forse no?
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Link all’articolo di Giulia Massa:
Abramo nell’era di ChatGpt
