Nei miei articoli non ho mai trattato argomenti di stampo economico-finanziario poiché, apparentemente, sembrano discostarsi dalla speculazione filosofica. Tuttavia, la filosofia è madre di tutte le scienze e l’economia non fa eccezione. In questo contributo, desidero portare all’attenzione dei lettori una tematica che ritengo urgente: la libertà economica all’interno della società.
Molti potrebbero obiettare di essere già liberi, vivendo in una democrazia e godendo di diritti acquisiti. Di primo acchito, sarebbe difficile confutarli. Ma è davvero così? Credo di no. L’inflazione, ogni anno, erode il frutto del nostro lavoro e del sacrificio quotidiano, spesso in modo impercettibile. Ma chi genera l’inflazione? Gli Stati e le banche centrali attraverso l’espansione monetaria.
È in questo contesto che emergono il Bitcoin e la decentralizzazione: per restituire libertà al denaro, sottraendolo a un controllo centrale che decide quanto possiamo spendere e che monitora ogni nostra azione, privandoci della privacy sul nostro tempo. La vita è strutturata dal tempo; se il tempo impiegato per accumulare valore viene eroso, è come se vedessimo svanire frammenti della nostra stessa esistenza.
Per comprendere le basi di questa rivoluzione, dobbiamo tornare alla recessione del 2008 e al fallimento della Lehman Brothers, istituto su cui i cittadini riponevano la massima fiducia. Quel crollo non fu solo un collasso economico globale, ma soprattutto un fallimento etico e morale: per salvare le banche furono utilizzati i soldi dei contribuenti (Bailout), mentre i cittadini perdevano case e risparmi. Da qui nacque la consapevolezza che il sistema centralizzato presentasse crepe strutturali tali da rendere impossibile riporvi ulteriore fiducia.
In questo clima nasce il Bitcoin. Il 3 gennaio 2009, Satoshi Nakamoto (pseudonimo del creatore o del gruppo di creatori) minò il blocco genesi della blockchain. È fondamentale capire che il suo intento non fu meramente economico, ma politico e filosofico. Nel primo blocco, infatti, è impressa la citazione: “The Times 03/Jan/2009 Chancellor on brink of second bailout for banks”. Questa nota suggerisce che Bitcoin sia nato come risposta alla crisi di fiducia causata dal sistema centralizzato.
La natura di Bitcoin è intrinsecamente decentralizzata, dunque fuori dal controllo di enti governativi. Elimina ogni intermediazione attraverso un sistema di pagamento peer-to-peer che non può essere bloccato, confiscato o censurato. Un altro punto cruciale è la sua scarsità: l’offerta totale è limitata a 21 milioni di unità, a differenza delle valute fiat stampabili a piacimento. Bitcoin ci impone di essere responsabili della nostra chiave privata (basata su crittografia asimmetrica), ovvero la seed phrase di 12 o 24 parole che non va mai rivelata né persa. Ciò che questa valuta ci chiede, in fondo, è responsabilità e consapevolezza. Non dobbiamo pensare che questo meccanismo sia votato all’arricchimento fino a se stesso, che di per sé è deplorevole, ma ad una tecnologia che possa staccare il controllo del denaro dallo Stato.
Infine, la blockchain è pubblica e pseudonima: sebbene ogni transazione sia visibile sul registro, l’identità di chi la compie non è direttamente collegata al proprio indirizzo wallet, garantendo un equilibrio tra trasparenza e riservatezza.
Chiudo l’articolo con una domanda: siamo pronti a scambiare la comodità della custodia con la fatica della libertà?
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