Viviamo in tempi assai strani; certamente definirli tragici è dire poco. Nietzsche riderebbe di noi: ci aveva avvertito, eppure il suo appello è rimasto inascoltato.
“Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini?”
La domanda è lapidaria, inattesa, sorprendente. Oggi più di ieri abbiamo le mani sporche di sangue. La ragione non sembra più soccorrere l’umanità; ogni velleità portata dall’Illuminismo sembra essere svanita. Ma quale Dio abbiamo ucciso? Per chi è credente potrebbe essere frutto della fiducia nella trascendenza; per chi, come me, è “immanente”, la sensazione è quella di aver perso un ordine simbolico che, per quanto farsesco, manteneva una certa coesione sociale. La grande illusione, vituperata dalla sinistra hegeliana e dal suo pargolo, il marxismo, oggi è stata sostituita dal feticcio del denaro e dalla mistica dei prodotti finanziari, che per “Spirito Santo” (o mano invisibile) agiscono tuttavia attivamente e realmente su noi mortali. La potenza creatrice di ordini universali ha generato un Leviatano che si nutre dei suoi stessi creatori.
Così come le comunità umane hanno bisogno di queste strutture per vivere pacificate, è su questi ordini che noi dobbiamo tornare a interrogarci: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita”, diceva San Paolo ai Corinzi. Per quanto gli uomini di buona volontà siano mossi da intenzioni, come ben ricorda questa citazione, è la legge degli uomini – la politica, il fine che giustifica i mezzi, il passaggio all’atto di certe possibilità – che macchia il terreno di sangue. Agostino ci ricorda, commentando questa citazione, che “la sapienza della carne porta alla morte, mentre la sapienza dello Spirito porta alla vita e alla pace”. Parole in un certo qual modo condivisibili, basta solo intendersi sulla definizione di Spirito. Montesquieu l’avrebbe chiamato lo Spirito “delle leggi”; Kant, nella sua Fondazione, si riferisce invece alla legge morale. In buona sostanza, è la consapevolezza del massimo valore della vita e della dignità umana. Perché, schiettamente parlando, finché la morte non si fa Evento, siamo anche disposti a non amare “il prossimo nostro”. La testimonianza porta sempre con sé una dose notevole di responsabilità.
Il male non è banale; non è una bestia l’assassino, soprattutto quello consapevole, metodico e sistematico. Ci è facile attribuire un certo grado di infermità al singolo che si sporca di sangue; ci è difficile immaginare che ci siano mostri nelle nostre greggi. Il male non è banale, né stupido, né insensato, quando istituisce tutto un organo egemonico di plagio delle masse. In questi tempi infausti, allora, dobbiamo tornare a interrogarci proprio su questo: sul nostro Spirito, sullo Spirito dei nostri tempi, delle nostre leggi e dei nostri legislatori. Affinché le lancette dell’orologio non tornino così indietro da consentire alla lettera di uccidere, governando per grazia di Dio e in nome del popolo. C’è un eterno ritorno dell’uguale solo perché siamo noi, esseri umani, a permettere che accada.
Si avverte quasi il bisogno della riscoperta di una certa metafisica. Il grido di allarme ecologico ci pone questioni che filosoficamente hanno a che fare con l’Essere. Il grido “mai più metafisica” dobbiamo ora soffocarlo, perché non è più il Dio degli uomini ciò che viene usato come scudo e come scusa per le azioni più orribili. Fortunatamente non siamo ancora così evoluti da aver diffuso il nostro terribile cancro al di fuori del pianeta Terra. Non è pessimismo: è fattuale che la guerra è sempre la guerra. Possiamo davvero – almeno per quanto concerne noi occidentali – ripartire dal pensiero di Kant e Jonas e considerare tutto il vivente, o forse anche l’inorganico, come qualcosa che abbia un fine che non sia tangibile se osservato con gli occhi dell’egoismo? Sono questioni fondamentali. I muti appelli della Natura, delle persone vittime di massacri sistematici, delle nostre coscienze che almeno in linea di principio ci continuano a dire “mai più”, sono richiami che lasciano un segno etico. Prima di scrivere altre lettere, prima di delegarne la scrittura, forse dovremmo partire proprio da qui: da Deus vult a Esse vult.
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