Con questo articolo completo l’esposizione relativa al tema della libertà nel pensiero di Baruch Spinoza (1632-1677) oggetto di un’approfondita indagine storiografica svolta nel fondamentale saggio di Harry Austryn Wolfson (1887-1974) intitolato The Phyolosophy of Spinoza. Unfolding the Latent Process of His Reasoning (Harvard University Press, Cambridge – Massachusetts / London – England, 1962). Per Spinoza l’essere umano non è libero, nel senso che non esiste una sua libera volontà intesa come pura indeterminazione di poter scegliere questo o quello, ma è libero nella misura in cui conosce le serie causali di cui è parte e agisce per influire su di esse. Ciò significa che la volontà non si distingue dall’intelletto. Spinoza stesso esamina quattro obiezioni a questa sua visione della libertà, replicando a ciascuna di esse (cf. Ethica, II, Proposizione XLIX, Scolio, in Spinoza, Opere, a cura di F. Mignini, I Meridiani Mondadori, Milano, pp. 887-894). (1) La prima obiezione è quella secondo la quale la volontà si estenderebbe ben oltre l’ambito dell’intelletto (posso volere anche ciò che non conosco). A tale obiezione Spinoza risponde che ciò sarebbe vero se per intelletto intendo solo la facoltà di cogliere idee chiare e distinte, ma se per intelletto intendo la mente o l’anima (in cui per Spinoza l’intelletto si identifica) ciò non è più vero, perché le sue potenzialità sono altrettanto infinite. Inoltre, l’obiezione reca in sé la fallacia logica di trasformare la volontà intesa come concetto in una facoltà reale senza dare conto di come sia possibile. (2) La seconda obiezione attiene all’idea che, comunque, il dato dell’esperienza, che ci fa apparire come liberi di scegliere o no una cosa, deve indurci a sospendere il giudizio sull’esistenza o meno della libertà. Spinoza risponde che il fatto stesso che dovremmo sospendere il giudizio esprime in verità la percezione che non abbiamo il potere di farlo, perché non percepiamo adeguatamente la cosa. (3) La terza obiezione muove dall’idea cartesiana secondo la quale ogni giudizio richiede l’assenso della volontà. Qui Spinoza risponde negando che l’uomo non affermi quando percepisce. Percepire è già un affermare “sicché non siamo mai noi quelli che neghiamo o affermiamo alcunché della cosa, ma la cosa stessa è ciò che di sé afferma o nega alcunché in noi” (cf. Breve trattato…, in Opere, cit., p. 164). (4) La quarta obiezione muove dal famoso dilemma dell’indeterminazione dell’asino di Buridano che, come è noto, per uscire da uno stato di perfetto equilibrio tra due scelte, deve per forza autodeterminarsi, pena il morire di fame o si sete. Qui Spinoza sorprende veramente per la sua modernità di pensiero, perché concede che un perfetto stato di equilibrio potrebbe portare l’uomo a morire di fame e di sete per non sapersi autodeterminare, ma tale situazione non risulta meglio esplicabile di quella di un uomo che si impicca o di un pazzo o di un bambino, essendo determinato da cause esterne che non possono paragonarsi a volizioni interne. Per Spinoza noi agiamo, quindi, non perché lo vogliamo “ma per il solo decreto di Dio e che siamo tanto più partecipi della natura divina quanto più sono perfette le azioni che noi compiamo e quanto più comprendiamo Dio. Questa dottrina, dunque, oltre a rendere l’animo del tutto tranquillo, ha anche il merito di insegnarci in che cosa consista la nostra felicità o beatitudine, cioè nella sola conoscenza di Dio …” (Ethica, cit., p. 893).
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