Il problema dell’empatia

Quando sentiamo parlare dell’empatia c’è un’associazione immediata prima con la simpatia dove l’altro ci viene dato e noi sentiamo un impulso ad andare verso di lui, e poi con il mettersi nei panni dell’altro. L’empatia però non è riducibile semplicisticamente né alla prima né alla seconda dove il rischio è quello della fusione tra i due soggetti. Il vissuto empatico per cui non è un atto fusionale tra due personalità ma richiama sempre alla distinzione tra un io e un tu. Sorge quindi spontanea la domanda: cos’è l’empatia?

Per rispondere a questa domanda intraprenderemo un piccolo itinerario dove ci lasceremo guidare dalla sensibilità di Edith Stein e dalla sua dissertazione dottorale: “Il problema dell’empatia” del 1917.

Il metodo utilizzato è quello ‘fenomenologico’ parte essenziale della scuola di Edmund Husserl. Il tema proposto verrà diviso in tre parti a causa della sua ampiezza. Nella prima parte esamineremo il problema stesso dell’empatia cercando di coglierne l’essenza; nella seconda la costituzione dell’individuo a partire dal vissuto empatico; nella terza il passaggio all’individuo estraneo.

Il vissuto empatico è essenzialmente un darsi tra due soggetti:

«Alla base di ogni discussione sull’empatia vi è un presupposto sottinteso: ci vengono dati dei Soggetti estranei e la loro esperienza vissuta»[1]

Nella ricerca dell’essenza dei vissuti empatici ciò che mette in risalto l’autrice è il carattere dell’alterità, riconoscere quindi che c’è un Io di fronte a un altro soggetto che dice di sé stesso ‘Io’. Il metodo fenomenologico nel suo essere pone al centro non il dato esterno ma l’essenza, la visione eidetica (da Eidos ossia essenza) di ciò che si dà alla coscienza come afferma la Stein:

«Io posso mettere in dubbio l’esistenza della cosa che vedo davanti a me, in quanto sussiste la possibilità dell’inganno […] ciò che invece non posso mettere fuori circuito, ciò che è fuor dubbio, è la mia esperienza vissuta della cosa»[2]

Tralasciando qualsiasi discorso egologico e cercando di rispondere al quesito sull’essenza dell’atto empatico la Stein utilizzerà diversi esempi:

«Un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello ed io mi rendo conto del suo dolore. Che cos’è questo rendersi conto? […] forse giungo a saperlo attraverso la percezione del suo volto pallido e sofferente, della sua voce sommessa o quasi afona, forse ancora attraverso le parole con cui egli si esprime»[3]

Il vissuto non è riducibile quindi alla semplice percezione somatica del dolore, lo stesso dolore infatti non si dà in carne ed ossa, quello che percepisco e di cui “mi rendo conto” è il mutamento dell’altro, e questo avviene, anche per quello che è il pensiero di Husserl, su un piano somatico e quindi esterno per cui l’altro non è possibile intenzionarlo pienamente ma solo per adombramenti e in modo incompleto.

Ciò che colgo in un primo momento è la percezione esterna, non ancora il suo contenuto ossia quello che la fenomenologia chiama con ‘originarietà’, questo perché si dà immediatamente a me che gli sono davanti come ad esempio in una percezione sensibile. Il cogliere quindi il dolore dell’altro non è il rendersi conto del semplice mutamento esterno ma:

«Nell’istante in cui il vissuto emerge improvvisamente dinanzi me, io l’ho dinanzi come Oggetto (ad esempio, l’espressione di dolore che riesco a «leggere nel volto» di un altro); mentre però mi rivolgo alle tendenze in esso implicite e cerco di portare a datità più chiara lo stato d’animo in cui l’altro si trova, quel vissuto non è più Oggetto nel vero senso della parola, dal momento che mi ha attratto dentro di sé, per cui adesso io non sono più rivolto a quel vissuto ma, immedesimandomi in esso, sono rivolto al suo Oggetto, lo stato d’animo altrui, e sono presso il suo Soggetto, al suo posto. Soltanto dopo la chiarificazione cui si è pervenuti mediante l’attuazione giunta a compimento, il vissuto stesso torna di nuovo dinanzi a me come Oggetto»[4]

La ricerca compiuta dalla Stein e la sua conseguente posizione in merito all’empatia erano in contrapposizione con quella di Theodore Lipps che concepiva il vissuto empatico come unione tra i due soggetti:

«A questo punto vorrei investigare più da vicino in che senso sia possibile questa unità, prima ricusata, tra l’Io estraneo e l’Io proprio nell’empatia. Finché l’empatia permane piena empatia dice Lipps – l’Io proprio e l’Io estraneo non sono più distinti l’uno dall’altro (è appunto questo che ci è impossibile accettare come empatia), bensì i due lo sono un unico lo […] Se questo fosse vero, rimarrebbe del tutto incomprensibile che cosa faccia sì che il mio corpo proprio sia mio, e quello estraneo, estraneo, giacché io vivo «in» uno come nell’altro nello stesso modo, e vivo i movimenti sia dell’uno che dell’altro nello stesso modo».[5]

Benché questa non voglia essere una ricerca esaustiva sul concetto di empatia, essa vuole mettere in risalto la complessità di questo vissuto. Una complessità legata in un modo indissolubile con l’umanità del soggetto. L’empatia è qualcosa che supera la percezione, è un elemento costitutivo dell’uomo, non causale ma costitutivo. Permette quindi di essere una monade con la finestra aperta come direbbe Husserl stesso e rendendo possibile la formazione dell’intersoggettività come vedremo negli articoli successivi.

[1] E. Stein, Il problema dell’empatia, in E. Costantini (cur.), La dialettica, Edizioni Studium Roma, Roma 1985, III, 67. [2] Ivi 68 [3] Ivi 71-72 [4] Ivi 77-78 [5] Ivi 86-87

L’articolo è soggetto a Copyright© secondo la Legge 22.04.1941 n. 633 (Legge sulla protezione del diritto d’autore), per maggiori informazioni consultare Termini e condizioni.

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