Letture novecentesche di Spinoza: Piero di Vona (1928-2018) (I)

Tra gli illustri studiosi italiani di Baruch Spinoza (1632-1677) del XX secolo si distingue Piero Di Vona (1928-2018) che al filosofo olandese ha dedicato numerosi studi soprattutto di tipo storiografico, di altissimo livello. Dopo quelli raccolti nei due volumi dal titolo Studi sull’ontologia di Spinoza (Firenze, 1960 e 1969), pubblicò un importante saggio dal titolo Spinoza e i trascendentali (Napoli, 1977) dove viene condotta un’acuta analisi storiografica del formarsi nel pensiero spinoziano dei concetti di uno, vero, buono.

Dedico alcuni articoli a questo ultimo saggio articolato in quattro capitoli, iniziando ad analizzare il tema oggetto del primo capitolo, ovvero i concetti di definizione, idea ed essenza. Spinoza è partito dal concetto aristotelico secondo il quale l’essenza di una cosa si esprime nella sua definizione con la conseguenza che nessuna definizione esprime una molteplicità, o un dato numero, di individui, dal momento che non esprime altro che la natura del definito. Vi è, infatti, una coincidenza o corrispondenza adeguata tra l’ordine dell’idea o definizione, e quello dell’essenza o realtà. Si tratta, però, di un’essenza reale, non di un‘essenza astratta, un’ essenza quale è in sé stessa, dotata di tutti i suoi requisiti intrinseci, ma null’altro che l’essenza intesa in senso assoluto. La dottrina della scolastica medievale per la quale le essenze possono essere considerate in tre modi (come sono in sé stesse, come esistono negli individui, come esistono nell’intelletto) trova nel pensiero spinoziano valore solo nel primo modo, cioè fuori dal suo possibile rapporto con il mondo fisico e con l’intelletto umano. La definizione per Spinoza esprime una natura semplice prout ea in se est. Si tratta, cioè della dottrina dell’indifferenza dell’essenza, rispetto alla sua esistenza nelle cose e nell’intelletto. Per Spinoza quindi l’essenza di una cosa è la natura della stessa alla quale compete ciò senza la quale essa non può esistere né essere concepita, ma deve valere anche il contrario, cioè che tutto quello che viene affermato della cosa non possa esistere ed essere concepito senza di essa. La definizione spinoziana dell’essenza è quindi la seguente: ciò che, se dato, pone la res,e, se tolto, ancora la toglie, o ancora come “id, sine quo res, & vice versa id, quod sine re, nec esse, nec concipio potest” Questa definizione impedisce di affermare che la natura di Dio appartiene all’essenza delle creature, stante l’immanenza ontologica di tutti gli esseri in d Dio. Spetta, infatti, all’essenza di Dio tutto ciò che esprime un’essenza senza involgere nessuna negazione. Questo allora significa che tutti gli esseri finiti cadono fuori dall’essenza di Dio, dal momento che nell’Ethica il finito è definito come la negazione parziale dell’esistenza di una natura qualunque. Ma quindi non solo agli esseri finiti non compete l’essenza di Dio, ma anche a Dio non compete l’essenza degli esseri finiti. Si tratta quindi di una netta affermazione della separazione metafisica di ogni essere finito da Dio, che dovrebbe portarci a respingere come infondata un’interpretazione panteistica attribuita a Spinoza della relazione di Dio con le essenze finite. Non rimane quindi che intendere l’immanenza degli esseri in Dio asserita da Spinoza nel solo senso dell’immanenza della causalità efficiente di Dio.

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