In questo quarto ed ultimo articolo dedicato al completo saggio storiografico di Piero Di Vona (1928-2018) dal titolo Spinoza e i trascendentali (Morano editore, Napoli, 1977) mi occupo del benecome trascendentale. Il primo ostacolo ad una concezione ontologica e non solo etica del bene è costituito dalla negazione spinoziana dell’indipendenza della volontà dall’intelletto, per cui non vi può essere una corrispondenza tra realtà naturale e volontà. Il secondo ostacolo è dato dal rifiuto spinoziano di ogni considerazione finalistica della natura. Ciò fa sì che il bene e il male siano enti di ragione, cioè modi di pensare, non cose che posseggano l’esistenza e nemmeno delle azioni. L’affermazione, però, della relatività del bene e del male non implica la negazione del valore metafisico della perfezione. Ma non si tratta di un valore assoluto, come quello di un bene che trascenda l’essere, perché è sempre respective, cioé è una perfezione rispetto a qualcosa. Come sostenuto dalla posizione espressa da Francisco Suàrez (1548-1617) per Spinoza nessuna res può essere detta buona grazie ad un modo intrinseco reale ed assoluto, distinto ex natura rei dall’entità della cosa stessa, contro la posizione di Giovanni Duns Scoto (1265-1308), per la quale, invece il bene costituisce una proprietà assoluta distinta realmente dall’ente. Se il bene per Spinoza è relativo, esso per lui è sempre, però, relativo all’essere. Se il bene non ha una realtà metafisica a sé stante, è pur sempre l’essere il termine rispetto al quale qualcosa può dirsi buona. Si tratta di una visione contraria a quel platonismo metafisico, che mette in campo la pretesa di dare al bene un’entità a sé stante e di subordinare l’essere al bene. Il bene di ciascun essere è costituito dall’ “actu existere”. Il bene per ciascun essere costituisce il termine del conatus, ma non lo è come un fine. Il conatus, e l’appetito per conseguenza, non sono altro che l’essenza attuale della res che persevera nel suo essere. Non è l’ordinamento dell’essere ad un appetito, e ad una volontà, a fare che l’essere sia il bene di ogni ente. E’ semplicemente la natura interna dell’essenza a far sì che ogni atto di una qualunque res debba per necessità essere un’affermazione dell’essere che essa possiede. L’essere non è il fine, ma il principio e il fondamento, è l’essere dato, o l’attualità di un’essenza. E’ per questo, e solo per questo, che per Spinoza l’essere è il bene di ciascuna cosa, e che ciascuna cosa per necessità deve tendere all’essere. Il valore ontologico del bene è spiegato interamente dalle proprietà metafisiche delle essenze in atto e non ne è che una semplice conseguenza. Per Spinoza la più profonda ragione d’essere del conatus è la causalità di Dio. Poiché in tutte le cose prodotte da Dio l’essenza non implica l’esistenza, Dio non è solamente la causa, per la quale le res cominciano ad esistere, ma con altrettanta necessità, la causa per la quale “in existendo perseverent”. La fondazione del valore ontologico del bene rimane quindi immutata quando sia veduta alla luce della causa ultima del conatus.
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