Recita il detto:
«Giocando si impara»
Questo proverbio può essere inteso da due punti di vista, ovvero sia che, trasformando in divertimento l’atto di apprendere, si impari con maggiore facilità, sia che il giocare di per sé stesso risulti un’importante palestra di vita, come durante l’infanzia quando, tramite il giocare, si entra in contatto con l’importanza di stabilire delle regole affinché ci si possa divertire, che sia in solitaria o in altrui compagnia.
Se si osserva bene e più attentamente, si può notare che lo stabilire delle regole in vista di una finalità, elemento alla base del giocare, è fondamentale per il linguaggio affinché risulti comunicativamente chiaro. In base ai differenti contesti in cui vengono adoperate, le parole risultano avere differenti significati, da quelli letterali a quelli figurativi, e affinché si comprenda quale sia il significato da dare loro devono essere chiare le regole del contesto in questione.
Nel suo “Ricerche filosofiche”, Ludwig Wittgenstein parla di “gioco linguistico” in riferimento all’uso del linguaggio in un dato contesto e, visto che ci sono tanti contesti, ci sono tanti “giochi linguistici”.
Il linguaggio, però, non si limita a fare interfacciare con la realtà, ma la modella in quanto gli esseri umani possono conoscere solo ciò che rientra nell’esprimibile[1] e, cambiando il modo di esprimere determinate cose, cambiano le cose stesse. Se, perciò, il linguaggio è la vita ed è un gioco, per proprietà transitiva la vita stessa è un gioco.
Ma cos’è il gioco? Come dimostra Wittgenstein, è impossibile definire delle regole chiare e nette riguardo l’identità del gioco, perché si spiegherebbero solo alcune tipologie di esso: trasponendo il discorso alla vita, si arriva alla conclusione che non c’è un’idea standard di vita, né delle stabili regole con cui rapportarsi a essa. Inoltre, se in base al “gioco linguistico” le parole hanno differenti significati e non un significato fisso, allora la vita stessa, che non può prescindere dal linguaggio, non ha un senso preciso e dato una volta per tutte, ma dipende dal contesto in cui viene vissuta.
Un esempio calzante di tutto questo discorso può essere rappresentato dai Tarocchi: essi nascono come gioco di carte, originariamente chiamato “Gioco a Trionfi” per via delle carte “Trionfi”(che saranno poi gli “Arcani maggiori”), ma insito vi era anche un discorso “cristianamente” moraleggiante per via della sequenza di immagini allegoriche, tra cui le virtù (come Giustizia, Forza e Temperanza) e dell’inizio con IlMatto (ovvero colui che ignora Dio) e l’arrivo a IlMondo (ovvero il trionfo di Dio), ecc., elementi che, con un ampiezza di pensiero postumo, a oggi si sono evoluti da un discorso “cristiano” a uno laicamente “simbolico-archetipico”. È difficile, pertanto, capire dove nei Tarocchi finisca il “gioco” e inizi la “sapienza”, caratteristica di “mistero” che ne genera il fascino, come lo è per il “mistero” insito nell’esistenza stessa.
Anche lo scopo che va dal divinatorio all’autoconsapevolezza, cioè del “dare risposte” a essi comunemente attribuito, è manifestazione simbolica della vita stessa: il fatto che il “percorso” di IlMatto nelle 21 tappe da IlBagatto[2] a IlMondo possa rispecchiare un percorso di “evoluzione di coscienza”, può creare nella persona che vi si approccia una “risonanza” tra queste carte e la vita in sé e per sé, così che la persona peschi le carte con dei significati che possano risuonare come risposta alla domanda posta.
C’è un principio scientifico che regola il pescare la carta “giusta” al momento “giusto”? No, o almeno non c’è secondo la “nostra” concezione di Scienza, ma, comunque, il fatto che la lettura dei Tarocchi (come di tutte le carte con immagini a cui viene dato un ruolo simbolico-evocativo) possa essere utile per rispondere a delle domande rispecchia l’idea che la vita, l’esistenza, non abbia solo una regola, in questo caso quella logico-deduttiva, ma anche altre regole, come quella intuitiva: basta chiarirsi in e con quale contesto si voglia “giocare”.
[1] «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo» L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 1921
[2] Considero ora specificatamente i Tarocchi “di Marsiglia”
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Le tante sfaccettature del significato del “gioco” dei Tarocchi su cui meditare!