Nel precedente articolo sul saggio di Gilles Deleuze Spinoza et le problème de l’expression (1968, tr. it. Spinoza e il problema dell’espressione, Quodlibet, Macerata, 1999) abbiamo considerato i primi due dei tre generi di conoscenza descritti da Baruch Spinoza (1632-1677). Il primo genere non ha altro oggetto che gli incontri fra le parti, secondo le loro determinazioni estrinseche. Il secondo genere arriva fino alla composizione dei rapporti che caratterizzano le cose. Occorre ora prendere in considerazione il terzo genere che concerne le essenze eterne: conoscenza dell’essenza di Dio e delle essenze particolari quali sono in Dio e sono concepite da Dio. Le essenze hanno diverse proprietà. In primo luogo, sono particolari, dunque irriducibili le une alle altre: ognuna di esse è un ente reale, una res physica, un grado di potenza o di intensità. Questa concezione rende immune lo spinozismo da ogni idealismo, perché significa che l’essenza del corpo esiste solo nell’idea. È l’idea che è in Dio che esprime l’essenza di questo o di quel corpo, perché Dio è causa delle essenze che sono da lui concepite “secondo una quale eterna necessità” (Ethica, V, prop. 22, dim.). Un’essenza particolare non è quindi in sé eterna. Solo la sostanza divina è eterna. Un’essenza è eterna solo in virtù della sua causa (Dio), da cui dipende la sua esistenza. In secondo luogo, ogni essenza conviene con tutte le altre. Non si tratta più di concordanze relative, più o meno generali, fra modi esistenti, ma di una concordanza, al contempo singolare assoluta, di ogni essenza con tutte le altre. In terzo luogo, le essenze sono espressive: ogni essenza non solo esprime le altre essenze secondo il principio della sua produzione, ma esprime anche Dio come principio che contiene tutte le essenze e da cui ciascuna dipende in particolare. La conoscenza suprema comprende tre elementi: (i) l’idea adeguata di noi stessi o della nostra essenza (idea che esprime l’essenza del nostro corpo sotto una certa specie di eternità); (ii) l’idea adeguata del maggior numero di cose possibili, sempre secondo la loro essenza o sotto una specie di eternità; (iii) l’idea adeguata di Dio, in quanto Dio contiene tutte le essenze e tutte le comprende nella produzione di ognuna. Noi conosciamo, invece, il nostro corpo solo per mezzo delle affezioni, necessariamente inadeguate, e conosciamo noi stessi solo per mezzo delle idee di queste idee. Nel terzo genere di conoscenza noi invece formiamo l’idea di noi stessi tale quale è in Dio, e, almeno in parte, formiamo l’idea di Dio tale quale è in Dio stesso: le idee del terzo genere costituiscono quindi una dimensione più profonda dell’innato. Ne consegue che l’unica vera affezione dell’essenza in sé è la gioia, non quella effimera frutto di affezione passive, quindi avventizia, e nemmeno quella che deriva dalla nostra potenza di agire, ma la gioia che Spinoza chiama beatitudine. La gioia che proviamo è la gioia che Dio prova in quanto ha l’idea della nostra essenza; la gioia che prova Dio è quella che noi proviamo in quanto abbiamo le idee che sono in Dio. Poiché le affezioni attive si spiegano mediante la nostra essenza, mentre le affezioni passive si spiegano per mezzo delle infinite determinazioni estrinseche delle parti estensive, esse rimangono anche dopo la nostra morte in quanto la nostra capacità di essere affetti sussiste eternamente, in concomitanza con la nostra essenza e con l’idea della nostra essenza; e questa capacità è necessariamente e assolutamente colmata dalle affezioni del terzo genere.
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Letture novecentesche di Spinoza: Gilles Deleuze (20)
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