La libertà in Spinoza (III)

Nel fondamentale saggio di Harry Austryn Wolfson (1887-1974) intitolato The Phyolosophy of Spinoza.
Unfolding the Latent Process of His Reasoning (Harvard University Press, Cambridge – Massachusetts /
London – England, 1962) il tema della libertà nel pensiero di Baruch Spinoza (1632-1677) viene trattato
a partire dalla libertà di Dio, o meglio da Dio come causa libera. Oltre ad essere causa universale, efficiente, essenziale, Dio è anche causa prima e libera. Nell’insieme, la visione che ha Spinoza della libertà può essere trattata secondo tre diversi aspetti: 1) la definizione dei termini “libero” e “necessario”; 2) come Dio è libero; 3) come l’uomo non è libero. Fermiamoci sul primo punto. “Si dice libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si determina da sé sola ad agire: invece si dice necessaria o, meglio, coatta, quella cosa che è condizionata ad esistere e ad agire da qualcos’altro, secondo una precisa e determinata ragione” (Ethica I, Definizione VII, Utet, Torino, 1972, tr. Remo Cantoni, p. 86). Ma da dove Spinoza prende questa definizione? Il problema della libertà è stato trattato dai medievali a volte come il problema della possibilità. È rilevante a questo proposito la tripartizione che i medievali facevano della possibilità rispetto alla necessità e nello specifico: 1) il possibile per se; 2) il possibile per se ma necessario in considerazione della propria causa; 3) il necessario per se. Spinoza usa il termine contingente per definire il primo tipo di possibile, mentre solo al secondo tipo attribuisce il termine generale di possibile: “Chiamo contingenti le cose singole in quanto, se consideriamo la loro sola essenza, non troviamo niente che ponga, o escluda necessariamente la loro esistenza. Chiamo
possibili queste stesse cose singole, in quanto se consideriamo le cause dalle quali debbono essere prodotte, non sappiamo se queste siano determinate a produrle” (Ethica, IV, Definizioni III-IV, cit., p. 267). È noto che il filosofo ebreo Hasday Crescas (1340-1410) negasse l’esistenza del primo tipo di possibile sostenendo che, in natura, non esiste nulla che possa essere descritto come pura possibilità, perché può essere trovata una causa per ogni cosa. Il possibile per se è quindi solo una distinzione logica secundum quid di cui Spinoza si serve per definirlo come mero contingente. Ne consegue che ogni cosa esistente può solo essere necessaria secondo la propria causa o necessaria secondo la propria natura. Spinoza nella sua definizione di libertà (Eth., I, Def. VII, cit.) considera la necessità del primo tipo – cioè secondo la propria causa – come coazione, mentre vede nella necessità del secondo tipo – cioè secondo la propria natura – il vero concetto di libertà. In altro luogo Spinoza scrive riguardo la vera libertà la quale “non risiede affatto (…) nel poter fare o non fare qualcosa di bene o di male. La vera libertà non è altro che la causa prima, la quale non è assolutamente costretta o necessitata da altro, ed è causa di ogni perfezione solo mediante la sua perfezione” (Breve trattato su Dio, l’uomo e il suo bene, I, 4, § 5, in Spinoza. Opere, Milano, Mondadori, 2007, tr. Filippo Magnini, p. 117). Questa definizione di libertà è applicata da Spinoza a Dio: partendo dall’affermazione che “Dio agisce per le sole leggi della sua natura, non costretto da alcuno”, ne fa derivare un primo corollario secondo il quale “non v’è alcuna causa, estrinseca o intrinseca ad agire, che lo spinga ad agire, tranne la perfezione della sua stessa natura” ed un secondo corollario secondo il quale “solo Dio è causa libera” (Ethica, I, Proposizione XVII, Corollari I-II, cit., pp. 102-103).

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