Proseguo nell’esposizione di come nel saggio di Harry Austryn Wolfson (1887-1974) intitolato The Phyolosophy of Spinoza. Unfolding the Latent Process of His Reasoning (Harvard University Press, Cambridge – Massachusetts / London – England, 1962) venga trattato il tema della libertà nel pensiero di Baruch Spinoza (1632-1677). Dopo aver visto, nell’articolo che ha preceduto il presente, come Dio sia libero o meglio come Dio sia causa libera proprio perché necessaria, ci soffermiamo ora su come l’essere umano non sia libero, nel senso che non esiste una sua libera volontà intesa come pura indeterminazione di poter scegliere questo o quello. “Nella mente non vi è alcuna volontà assoluta o libera, ma la mente è determinata a volere questo o quello da una causa che è anch’essa determinata da un’altra e questa a sua volta da un’altra e così all’infinito”. (Ethica, II, Proposizione XLVIII, in Spinoza, Opere, a cura di Flippo Mignini, Mondadori, p. 885). Ma che cos’è la volontà per Spinoza? Il suo pensiero su questo tema può essere sintetizzato in tre enunciati: (i) c’è una differenza sotto un certo aspetto tra volontà e desiderio; (ii) la volontà è solo un concetto universale, non un ente reale; (iii) la volontà si identifica con l’intelletto. Il primo enunciato prende le mosse da Aristotele, il quale configura, all’interno della categoria del desiderio (la latina cupiditas – la greca orexis) due specie: la buona volontà (la latina voluntas – la greca boulesis) che è quell’attrazione che si prova verso il bene; e la cattiva volontà (la latina voluptas – la greca epithumia) che è, invece, inclinazione verso il male. Spinoza aggiunge all’oggetto della cupiditas, oltre l’accoppiata bene/male, anche l’accoppiata vero/falso. Il secondo enunciato, anche qui riprendendo (e sviluppando) la visione aristotelica secondo la quale le facoltà dell’anima non si distinguano da essa più di quanto una figura triangolare astratta si distingua da un oggetto triangolare, Spinoza afferma l’esistenza solo di atti di volizione, ma non quella della volontà come una facoltà assoluta di intendere, di desiderare, di amare, che viene considerata o come del tutto fittizia o come un ente metafisico o universale: ”sono nozioni universali che non si distinguono dalle singolari, dalle quali le formiamo” (cf. Ethica, II, cit., scolio, p. 886). Il terzo enunciato è radicale nell’affermare che volontà e intelletto sono la stessa cosa perché la prima non è altro che un modo di pensare del secondo. Questa identità è spiegata da Spinoza: “Nella mente non si dà alcuna volizione, ossia affermazione o negazione, oltre a quella che l’idea, in quanto, tale implica” (Ethica, II, Proposizione XLIX, cit., P. 886). In altro luogo Spinoza spiega meglio perché non ha senso parlare di volere affermare o negare questo o quello: “Infatti, come abbiamo già detto, l’intendere è una pura passione, cioè una percezione nella mente dell’essenza e dell’esistenza delle cose; sicché non siamo mai noi quelli che affermano o negano alcunché della cosa, ma la cosa stessa è ciò che di sé afferma o nega alcunché in noi” (Breve trattato su Dio, l’uomo e il suo bene, in Spinoza, Opere, cit., P. 164). Quest’ultimo passo fa trasparire la concezione aristotelica, sviluppata qui da Spinoza con riferimento alla volontà, secondo la quale l’intelletto in sé non afferma o nega nulla, ma semplicemente asserisce l’esistenza di immagine significante un oggetto.
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La libertà in Spinoza (IV)
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